«Il problema è la latenza dell’intervento, perché le forze dell’ordine non possono materializzarsi in pochi secondi». Così Luciano D’Angelo, direttore del Pronto soccorso dell’ospedale Manzoni di Lecco, ha commentato l’episodio avvenuto a fine agosto nel suo reparto, dove una dottoressa e un’infermiera sono state aggredite da un paziente. Durante l’aggressione è stato azionato il pulsante rosso antipanico, ma non è stato sufficiente a evitare le violenze.
Il caso, riportato da Lecco Today, richiama l’attenzione su un tema già indicato dal Ministero della Salute, che nella Raccomandazione per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari e socio-sanitari raccomanda l’installazione di impianti di allarme e pulsanti antipanico, ma anche e soprattutto di assicurare un sistema di pronto intervento che possa entrare in azione quando l’allarme viene attivato.
Il tema non è nuovo nella letteratura scientifica. Carr e Derouin, in uno studio su un sistema di allerta implementato in un Pronto soccorso statunitense, hanno rilevato che, nonostante il sistema fosse stato installato correttamente e gli operatori fossero stati addestrati al suo utilizzo, la mancanza di una risposta del servizio di sicurezza percepita come affidabile e tempestiva ne ha limitato l’efficacia e l’utilizzo.
Nel campo della ricerca sulla sicurezza dei sistemi sanitari si distingue tra “work-as-imagined” e “work-as-done”, cioè tra il lavoro come viene previsto e progettato e il lavoro come si svolge realmente nella pratica. Uno studio condotto da Tresfon e colleghi in un reparto neurologico e neurochirurgico ha messo in luce come le procedure previste non sempre corrispondano al lavoro quotidiano degli infermieri, evidenziando criticità che possono influire sulla sicurezza e sull’efficacia dei sistemi.
In questo senso, il caso di Lecco può essere interpretato come un esempio di “work-as-imagined” che non si traduce pienamente in “work-as-done”. Il pulsante antipanico è presente, viene utilizzato, ma il sistema complessivo di risposta non riesce a garantire il risultato atteso, cioè la protezione tempestiva degli operatori.
Questo tipo di disallineamento tra domanda e capacità è stato descritto anche da Anderson e colleghi, che hanno evidenziato come i sistemi sanitari siano attraversati da continue discrepanze tra le richieste che ricevono e le risorse disponibili per rispondervi. La resilienza dei sistemi sanitari si misura anche nella capacità di riconoscere e gestire questi disallineamenti, adattando le pratiche operative alle condizioni reali di lavoro.
Il caso di Lecco mette quindi in evidenza un problema strutturale: non basta installare dispositivi di sicurezza se non si garantisce anche una risposta tempestiva e coordinata. Come già indicato dal Ministero della Salute, il pulsante antipanico è uno strumento, ma la sicurezza degli operatori dipende da un sistema di pronto intervento realmente efficace. Su questo aspetto occorre interrogarsi e intervenire, per evitare che episodi simili si ripetano, come ricordato anche nel fact sheet pubblicato dall’INAIL.

