Le placche di calcio che ostruiscono le arterie coronariche non sono solo un problema, ma una sfida terapeutica che richiede tecnologie e competenze sempre più avanzate. È quanto emerge dai dati presentati al Congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), in corso a Milano dal 18 al 20 ottobre.
“Le lesioni coronariche calcifiche interessano infatti circa il 20-30% dei pazienti che si sottopongono a un’angioplastica coronarica (PCI). E il loro trattamento rappresenta una vera e propria sfida per il cardiologo interventista”, spiega Alfredo Marchese, direttore dell’Unità di Cardiologia Interventistica dell’Ospedale Santa Maria di Bari e presidente GISE.
Il paziente tipo è sempre più anziano, frequentemente diabetico e con malattia di più vasi. Il problema principale sono i depositi di calcio, che creano calcificazioni rigide e spesso estese all’intera circonferenza dell’arteria, ostacolando la dilatazione del vaso e l’espansione dello stent.
Nonostante la disponibilità di tecnologie d’avanguardia come la litotrissia intravascolare (che utilizza onde d’urto acustiche per frantumare il calcio), l’aterectomia rotazionale e orbitale, i micro-laser di ultima generazione e gli strumenti ad alta risoluzione per l’imaging intravascolare (ecografia intravascolare IVUS e tomografia a coerenza ottica OCT), il loro utilizzo è ancora limitato.
“In Italia l'impiego di queste metodiche d'avanguardia registra una crescita importante, ma rimane ancora sotto le potenzialità della rete nazionale di emodinamica, e molto lontano dalle percentuali osservate in altri Paesi europei e negli Stati Uniti. Le tecnologie di imaging intravascolare, ad esempio, sono impiegate solo nel 14% dei casi totali di angioplastica”.

