Il 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, presentato il 7 ottobre 2026 alla Camera dei Deputati, fotografa una situazione fortemente critica per il personale infermieristico in Italia. Secondo i dati riportati da ANSA, nel nostro Paese operano complessivamente 407.750 infermieri, pari a 6,9 ogni 1.000 abitanti, un valore nettamente inferiore alla media OCSE di 9,7. A preoccupare ulteriormente è il dato evidenziato dal presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta: quasi un infermiere su cinque non lavora nel SSN, il 19,6% (circa 79.926 professionisti), una quota non confrontabile con le medie internazionali che si riferiscono al personale dipendente dal sistema sanitario pubblico.

Nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN erano 279.990, pari a 4,75 ogni 1.000 abitanti, con una forte variabilità regionale: si passa dai 3,75 della Lombardia ai 6,78 della Liguria. La formazione non compensa il gap: in Italia laureano 19,5 infermieri ogni 100.000 abitanti, contro i 43,6 della media OCSE. Anche le retribuzioni sono penalizzanti: gli infermieri ospedalieri italiani guadagnano il 27% in meno rispetto ai colleghi OCSE con la stessa anzianità.

Il rapporto tra infermieri e medici è particolarmente critico: in Italia è di 1,2 infermieri per ogni medico, il dato più basso tra i Paesi OCSE, dove la media è 2,4. Questo squilibrio incide sulla qualità dell'assistenza e sull'efficienza del sistema.

Il Rapporto GIMBE evidenzia anche una progressiva contrazione della spesa per il personale sanitario. Nel 2025 la spesa complessiva per il personale dipendente e convenzionato del SSN ha raggiunto 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% nel 2012 al 36,9% nel 2025. Secondo le stime della Fondazione, se la quota fosse rimasta costante, nel periodo 2013-2025 sarebbero stati disponibili complessivamente 36,8 miliardi di euro in più per il personale sanitario, risorse che avrebbero potuto essere destinate al reclutamento di nuovi professionisti e al miglioramento delle condizioni lavorative di medici e infermieri.

Il rapporto analizza inoltre l'andamento del finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale (FSN). Tra il 2022 e il 2026 il finanziamento nominale è aumentato di 17,5 miliardi, passando da 125,4 miliardi a 142,9 miliardi di euro. Tuttavia, la quota di finanziamento rispetto al PIL è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 6%, con un incremento di appena 0,05 punti percentuali. Secondo Cartabellotta, la discrepanza tra la crescita nominale del FSN e l'impatto reale sul PIL ha generato quella che viene definita "matematica dei tagli invisibili": tra il 2022 e il 2026 le risorse destinate al SSN hanno registrato una riduzione complessiva di 18,8 miliardi rispetto a una quota stabile del 6,25% del PIL. Per il triennio 2027-2029, considerando la quota del 6,75% prevista nel DEF, il divario cumulativo tra finanziamento reale e finanziamento teorico è stimato in 32,3 miliardi di euro, risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per rafforzare il sistema sanitario nazionale.

Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva in Italia ha raggiunto 190,1 miliardi di euro. Di questi, 140,8 miliardi sono stati coperti dalla spesa pubblica, mentre 42,4 miliardi sono rimasti a carico delle famiglie e quasi 7 miliardi sono stati intermediati. Il finanziamento pubblico si è fermato al 74% della spesa totale, una quota inferiore rispetto alla media dei Paesi dell'Europa occidentale, che si attesta all'80%. La spesa privata, pari a 49,4 miliardi di euro, continua a rappresentare una quota rilevante del finanziamento complessivo della sanità.

L'accessibilità alle cure continua a rappresentare una delle principali criticità del Servizio sanitario nazionale. Nel 2024 sono state oltre 5,8 milioni le persone che hanno rinunciato a visite o esami specialistici, pari al 9,9% della popolazione, con un aumento rispetto al 7,6% registrato nel 2023. Tra le cause principali, circa 4 milioni di persone hanno indicato i lunghi tempi di attesa, mentre 3,1 milioni hanno rinunciato alle prestazioni per motivazioni economiche.

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