Se voi stessi o qualcuno che conoscete sta affrontando una crisi suicidaria, è importante sapere che esistono risorse di supporto a cui rivolgersi. In Italia, potete contattare il Telefono Amico componendo il numero 0223272327. Il servizio offre supporto e ascolto a chiunque ne abbia bisogno.

Se vi trovate in un altro Paese, consultate i servizi di emergenza locali o le organizzazioni nazionali dedicate alla salute mentale per ricevere assistenza immediata.

Il sostegno è disponibile e chiedere aiuto è un passo importante.

Negli ultimi giorni ha ripreso a circolare una discussione che ogni tanto ritorna, con qualche variazione sul tema ma sempre con lo stesso bersaglio: la dipendenza digitale, soprattutto dei ragazzi, e la responsabilità dei genitori nel limitarla. Questa volta l’occasione è stata una dichiarazione di Tim Kendall, ex presidente di Pinterest ed ex responsabile della monetizzazione di Facebook, secondo cui i genitori dovrebbero essere ritenuti legalmente responsabili se i figli sviluppano una dipendenza dai social network.

La posizione è stata ripresa da diversi media, tra cui la Repubblica, che ha riportato le parole di Kendall spiegando come a suo avviso i genitori dovrebbero essere obbligati a installare strumenti di controllo parentale e a limitare l’uso dei dispositivi da parte dei figli.

È una provocazione, naturalmente. Ma come spesso accade con le provocazioni, rischia di spostare lo sguardo dal punto principale. Perché se è vero che i genitori hanno un ruolo fondamentale nell’educazione digitale dei figli, è altrettanto vero che non sono gli unici responsabili dell’ambiente tecnologico in cui quei figli crescono.

E soprattutto: mentre discutiamo di questo, ci sono diversi fatti che vale la pena ricordare.

I dati sulle dipendenze digitali

Partiamo da un punto fondamentale. Parlare di “dipendenza digitale” come se fosse una diagnosi unica e universalmente riconosciuta è inesatto. Il Disturbo da videogiochi è stato riconosciuto come categoria diagnostica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ICD-11, ma le dipendenze da social media sono ancora oggetto di discussione scientifica. Si dibatte se debbano essere considerate una forma autonoma di dipendenza o manifestazioni di disturbi più ampi.

Questo non significa che il problema non esista. Significa che diagnosticare una dipendenza semplicemente contando le ore trascorse online può essere fuorviante. È il motivo per cui le linee guida non parlano tanto di tempo, quanto di comportamento: uso compulsivo, perdita di controllo, interferenza con scuola, lavoro o relazioni sociali. In altre parole, non quanto usi il telefono, ma cosa smetti di fare mentre sei davanti allo schermo.

Su un punto, però, la ricerca è molto più chiara: i social network possono rappresentare un rischio concreto per la salute mentale degli adolescenti. Uno studio pubblicato su JAMA nel 2025, condotto su 4.285 giovani statunitensi, ha trovato che un uso elevato dei social era associato a un rischio di comportamenti suicidari più che doppio rispetto a un uso basso. Vale la pena ripeterlo: più che doppio.

Non significa che usare i social causi automaticamente comportamenti suicidari. Significa che esiste un’associazione statisticamente significativa e che, quando parliamo di adolescenti, la prudenza dovrebbe precedere qualsiasi altra considerazione.

Le responsabilità delle piattaforme

E qui torniamo al punto iniziale. Perché mentre discutiamo di quanto tempo i ragazzi dovrebbero trascorrere davanti a uno schermo, spesso dimentichiamo che quello schermo non è neutrale.

Molte delle piattaforme più utilizzate dagli adolescenti sono progettate per massimizzare il tempo di permanenza. L’American Psychological Association ha inserito lo “scrolling infinito”, le notifiche e i contenuti personalizzati nella lista delle caratteristiche che possono favorire un uso problematico dei social. Non si tratta di un bug, ma di una caratteristica. Un sistema costruito per ottenere la nostra attenzione e mantenerla il più a lungo possibile.

È anche il motivo per cui negli ultimi mesi il tema è uscito dalle pagine scientifiche ed è entrato nelle aule dei tribunali. A febbraio 2026 la Commissione Europea ha contestato a TikTok di aver progettato la piattaforma in modo da favorire un uso compulsivo, violando le regole europee sulla sicurezza dei prodotti. Ad agosto dello stesso anno Meta ha raggiunto un accordo con diversi Stati americani per limitare l’uso e le notifiche delle piattaforme social per i minori di 18 anni.

Nel frattempo, l’Australia ha introdotto misure che impediscono agli under 16 di aprire o mantenere un account su diverse piattaforme social, a meno che i genitori non confermino periodicamente il consenso. Non si tratta di buon senso o di opinioni personali: sono decisioni concrete prese da governi e autorità di regolamentazione.

Educare, ma non assolvere

Le responsabilità dei genitori ci sono, naturalmente: abbiamo dato dispositivi troppo presto e accettato che occupassero spazi che avrebbero avuto bisogno della nostra presenza. Ma se un genitore riesce a convincere un figlio a spegnere il telefono, non ha necessariamente risolto il problema: ha semplicemente spostato una battaglia individuale contro un sistema progettato per vincere.

Perché è qui che la provocazione di Kendall diventa insufficiente. Chiedere ai genitori di educare è giusto, aspettarsi che riescano a compensare qualsiasi scelta delle piattaforme è una pretesa che assolve troppo facilmente chi quelle scelte le compie.

Non basta dire ai ragazzi di spegnere lo schermo. Bisogna anche chiedersi chi, quello schermo, lo ha progettato per non essere mai spento.

Fonti